Comunità Frida Kahlo, imminente l’apertura. Ecco perché si chiamerà così

Si attende il parere di Ats Insubria per lanciare il nuovo centro, uno dei punti focali del progetto Young Inclusion

Frida Kahlo
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I lavori presso la comunità Frida Kahlo di Gerenzano sono proseguiti bene in questi mesi di lockdown. Ora i documenti sono in fase di presentazione all’Ats Insubria, e si attende il loro parere positivo per confermare l’apertura della comunità psichiatrica a media assistenza per ragazze  con disturbo borderline, uno dei punti focali del progetto Young Inclusion. Ma perché l’intitolazione di questa casa alla pittrice messicana? 

A spiegarlo è Luigi Campagner, direttore generale della Cooperativa “La Clessidra” di Castellanza, partner del progetto, che ricorda anche Artemisia Gentileschi, pittrice del Seicento cui già altri centri da loro gestiti sono intitolati. «Artemisia e Frida erano entrambe donne e pittrici, entrambe con la propensione per il ritratto». La storia dell’artista centroamericana è terribile e grandiosa: coinvolta in un grave incidente stradale all’età di 18 anni, ebbe la spina dorsale spezzata in tre punti e fratture su tutto del corpo, e per salvarla ci vollero trentadue operazioni chirurgiche. «In quel periodo si dedicò alla lettura e alla pittura e il padre, che era un fotografo, ebbe l’idea di far realizzare per la figlia un letto a baldacchino dotato di uno specchio sul soffitto. Il congegno fu la base delle future elaborazioni pittoriche che Frida fece a partire dalla propria immagine. Il primo autoritratto fu un omaggio per il giovane fidanzato che con lei era sul bus il giorno dell’incidente. Quello fu solo il primo di una lunga serie che accompagnò Frida per tutta la sua vita d’artista. Il suo catalogo conta 200 opere importanti di cui moltissime sono autoritratti, tanto che c’è chi, tra i critici, ha parlato della sua opera come di “un autoritratto infinito”».

Anche Artemisia Gentileschi ebbe una storia terribile, che la cooperativa ha omaggiato dedicandovi alcuni centri, accomunati da un logo «che riprende stilizzandolo il suo autoritratto. Un’opera in cui è intenta a dipingere se stessa. Un contenuto emblematico che abbiamo interpretato come la possibilità di ciascuno di farsi ‘artista’ della propria identità, delle proprie relazioni, del proprio futuro e della propria storia». Per questo c’è una comunanza tra le due artiste: «Entrambe non accettano che il trauma abbia l’ultima parola sulla loro vita, oltre a condividere  la loro capacità di resistere al fascino narcisistico di rispecchiarsi e perdersi completamente nella propria tragedia. Infine, la fiducia e l’apertura nella possibilità di realizzare nuovi incontri, cruciali per la propria vita»

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