Emergenza Coronavirus: «Young Inclusion prosegue, ancor più seriamente»

Alcide Gazzoli, project manager di Young Inclusion, analizza il momento complesso che il progetto si trova a vivere a seguito delle limitazioni di contrasto alla diffusione del Coronavirus poste dal Governo

Alcide Gazzoli
Supporto

Alcide Gazzoli, project manager di Young Inclusion, analizza il momento complesso che il progetto si trova a vivere a seguito delle limitazioni di contrasto alla diffusione del Coronavirus poste dal Governo. «Ma il nostro lavoro prosegue, ancor più seriamente», dice al telefono.

Qual è stata la reazione dei partner di Young Inclusion alla notizia dell’epidemia e alle restrizioni conseguenti restrizioni di contenimento?

Intanto per fortuna il progetto Young Inclusion è stato ben avviato, ormai da 9 mesi. La selezione degli ospiti nelle Community Care avvenuta nei primi mesi di start-up ci ha trovati “a posto”, nel senso che essendo già organizzate e strutturate quelle azioni di terapia e di recupero educativo in luoghi fisici ben delineati, non si è avvertito il trauma. Certo la “botta” c’è stata, ma direi al momento come reazione psicologica di paura all’emergenza.

Vi sono segnalazioni di problemi relativi al Coronavirus?

A questo momento non ci risulta nessun “infetto” né particolari situazioni di criticità date dall’emergenza. La situazione, però, è in continua evoluzione: speriamo.

Il sentimento della “paura” però si sente.

La paura e, a volte, anche l’angoscia sono – com’è noto – sentimenti umanissimi. Come ci viene insegnato, la paura mette in moto anche una reazione di giusta difesa. Gli ospiti sono monitorati, le educatrici e le responsabili delle Community Care sono molto attente ai contatti, alle frequentazioni eventuali (parenti, amici…), a tutte quelle situazioni che potrebbero essere a rischio. Ricordo che a Valmorea, dove stiamo facendo musicoterapia a più di 40 persone, gli ospiti alla sera tornano alle loro abitazioni, per esempio, così come nelle CC dove abbiamo donne e donne con bambino ci sono persone che escono per il lavoro e per attività quotidiane non evitabili. Almeno fino a qualche giorno fa c’era una situazione di relativa normalità.

E per tutta l’attività di comunicazione-inclusione, che succede ora?

Certo alcune iniziative pubbliche per forza maggiore saranno procrastinate: a Castellanza, per esempio, stavamo organizzando per metà marzo una mostra di “Arte al Femminile”, con le creazioni artistiche delle ragazze ospiti di alcune nostre comunità, presso la prestigiosa Villa Pomini. Chiaramente abbiamo dovuto rimandare. Con i colleghi del Team Office stiamo “riganntizzando” queste attività per essere operativi appena si potrà uscire pubblicamente.

A tal proposito, col team office come lavorate?

Abbiamo fatto una riunione a Milano i primi giorni dell’emergenza e ci si siamo dotati di alcuni strumenti e indicazioni per operare a distanza. Intanto informo che con il Comune di Seregno stiamo procedendo per individuare, tramite bando, un social media manager, che una volta assunto ci permetterà di dare più slancio alla nostra comunicazione tramite canali social. Siamo inoltre concentrati sulla rendicontazione: tutti i partner sono tenuti a rendicontare le attività già svolte. Il nostro rendicontatore centrale è al lavoro attraverso la piattaforma Siage per tutta la contabilità.

Che messaggio vorrebbe lanciare?

Il nostro lavoro prosegue molto seriamente e responsabilmente. In questi momenti si verifica tutto il nostro povero limite umano e professionale. Così come l’enorme bisogno di umanità e di compagnia che siamo. Paradossalmente pero in questo deserto si vede chiaramente quello che conta e quello che invece non serve a vivere. I colleghi, gli amici, i famigliari e gli ospiti delle comunità avvertono sensibilmente come noi viviamo, e perché. Io – per esempio – sto verificando l’importanza della mia fede in questi momenti. E incontro e sento uomini per cui la parola speranza è un qualcosa di solido, e senza presunzione. E poi siamo uomini, persone, per cui ci è impossibile non sperare. È un po’ questa la nostra fortuna, no?

Condividi su
Torna su