Fare musicoterapia in lockdown. «Salviamo il rapporto con i pazienti»

Così il progetto di musicoterapia lanciato da Young Inclusion si è reinventato in questi mesi di pandemia. «La relazione “one to one” permette di trasmettere emozioni importanti»

musicoterapia lockdown sim-patia
Supporto

Anche la musicoterapia si è dovuta reinventare in questi mesi di lockdown. E il progetto che Young Inclusion ha promosso presso la cooperativa Sim-Patia di Valmorea (Como) ha cambiato totalmente modalità di fruizione, adattandosi alle necessità del momento con lo scopo anzitutto di salvare il rapporto con i soggetti interessati, mantenendo alto il valore interrelazionale della musica. 

Per Antonio Elia, musicista e musicoterapeuta, le lezioni frontali sono ormai finite da mesi per fare spazio a sessioni on-line. «Siamo riusciti a raggiungere 3 persone che erano parte del centro diurno di Sim-Patia, che ora ha dovuto chiudere: con loro mi vedo singolarmente una volta alla settimana. Con gli ospiti della residenza di Valmorea, invece, siamo riusciti a formare 2-3 gruppi da 4 persone con cui, fino a poche settimane fa, riuscivamo a fare incontri anche qui settimanali. La necessità numerica era anche data dal bisogno di poterli vedere tutti nello schermo, e più di 4 è difficile». 

Limiti che si aggiungono a limiti, e ciò che prima era scontato e facile – incontrarsi di persona e fare lezioni in gruppo – oggi non lo è più. Anche il suono, perno attorno a cui la musicoterapia ruota, non sempre arriva bene, i ritardi e le difficoltà di connessione rendono più complesso relazionarsi, ma occorre accontentarsi: «Non c’è una interazione perfetta, ovvio, la latenza è sempre fastidiosa». 

Elia, però, parla con la pienezza di chi vede che la realtà è difficile ma non impenetrabile. «Ai pazienti questo lavoro sta piacendo tantissimo, comunque. Non potevamo perdere una relazione costruita faticosamente con persone che hanno disabilità anche importanti: io temevo che sarebbe arrivato nulla o poco a loro, invece il “one to one” permette di trasmettere e ricevere molte emozioni». Spiega che ha dovuto cercare alcuni elementi che potessero comunque funzionare: «Con un paziente, ad esempio, prendo alcune canzoni italiane, legate al suo vissuto e ai suoi gusti, cerco di cantargliele e smontandole negli accordi, evidenziando la relazione tra testo e accordi: analizziamo la melodia, l’armonia, la forma delle canzoni… A fine lezione il padre dice di vederlo sempre sereno e lui stesso dà sempre un giudizio entusiasta di quell’esperienza».

Con altri pazienti, specie coloro che hanno vissuto periodi di afasia legati a traumi, il lavoro si è concentrato sull’uso della parola: «Svolgiamo sessioni in cui una persona possa essere stimolata a cantare o a giocare con delle improvvisazioni fonematiche. All’inizio è un excursus vocale libero, che arriva fino alla costruzione di una frase». Ma ciò che più ha commosso Elia è stato l’incontro con una ragazza di 14 anni, dalle abilità psicomotorie gravemente compromesse: «Durante una sessione di musicoterapia si è scatenata in un pianto molto profondo. Beh, mi ha colpito molto, perché stava manifestando le sue emozioni, certamente tristi ma vere. E non è scontato per una persona come lei: ci stava dicendo che ha bisogno del gruppo, del qui e ora, del contesto in cui si svolge la musicoterapia. Niente è come la musica nel muovere tali emozioni».

Condividi su
Torna su