Le operatrici della comunità nella zona rossa: «Nella paura, le ospiti si sono affidate a noi»

Coronavirus, tra paure e limitazioni proseguono le attività del centro della “Clessidra” di Zorlesco, frazione di Casalpusterlengo

L'incoronata Zorlesco
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«Da quando ci siamo trovate nella zona rossa, il nostro lavoro si è fatto più delicato e con più responsabilità. Ma ci diamo da fare e le nostre ospiti si stanno affidando». A dirlo è Chiara Pastori, psicologa e coordinatrice della Comunità “L’incoronata” di Zorlesco, frazione di Casalpusterlengo, uno dei centri della rete de “La Clessidra”, parte di Young Inclusion, quello maggiormente coinvolto nelle scorse settimane dalle restrizioni imposte per l’emergenza Coronavirus. Qui dove trovano accoglienza madri che vivono situazioni di disagio o che hanno subito violenza, assieme ai loro figli, la paura per questa epidemia è tanta, ma fin dai primi giorni si è tentato di affrontarla con serietà e grazie a un sostegno vicendevole davvero encomiabile.  Non è banale che il rapporto tra le educatrici e le ospiti inviate dal tribunale per i minorenni si sia fatto più stretto e libero, nel contesto di una comunità talvolta segnato da difficoltà nella convivenza, paura di essere considerate madri inadeguate e problemi generici di chi arriva da una situazione di disagio.

«Inizialmente abbiamo vissuto in maniera tragica la situazione: non capivamo se effettivamente eravamo parte della zona rossa: la disposizione parlava del comune di Casalpusterlengo e noi siamo un po’ fuori. Poi però ci hanno detto che pure noi eravamo interessati, e anche qui a Zorlesco ha cominciato a chiudere tutto: negozi, uffici, chiese… Solo i negozi di generi alimentari erano aperti, a rotazione». Dalla Clessidra hanno ricevuto il massimo del sostegno e della collaborazione, ma purtroppo “L’Incoronata” ha dovuto sospendere diverse sue attività, come gli incontri protetti con i famigliari. «A noi operatrici, che viviamo fuori dalla zona rossa, è stato dato un permesso di transito dalla Prefettura di Lodi: ogni giorno per andare a lavorare dovevamo attraversare i posti di blocco».

L’emergenza ha imposto alla Comunità di ripensare il suo modo di lavorare: «Oltre a seguire le disposizioni igieniche di base, come fornirci di mascherine e gel igienici, abbiamo dovuto pensare a fare la spesa online, per evitare di frequentare centri con troppe persone, sono stati sospesi poi gli incontri protetti, e alle ospiti è stato chiesto di non andare mai fuori da Zorlesco». Le operatrici hanno dovuto riformulare il piano delle loro giornate: «Le donne si sentivano isolate, quasi in trappola, senza poter vedere i loro parenti. Per questo abbiamo dovuto ipotizzare alcune attività supplementari per intrattenerle,come giochi di società, passeggiate, corse, attività motorie. Per fare alcuni incontri usiamo anche le videochiamate: c’è un papà, ad esempio, che due volte al giorno di chiama via WhatsApp per vedere la figlia».

Quanto ai bambini, con qualcuno si tratta di giocare in cortile, con altri anche di fare i compiti. «Il nostro lavoro si è fatto più delicato, oltre ad avere una responsabilità maggiore nei confronti dell’ospite, sia come persona sia per la sua salute e sua incolumità. Noi come prassi, da 3 settimane a oggi, prendiamo temperatura alla mattina e alla sera alle ospiti, per monitorare che non ci siano malati. Dobbiamo sostituirci un po’ ai medici, siamo certamente spaventate ma non cediamo. Le ospiti hanno accettato questa situazione alla svelta, si stanno comportando bene, sono un gruppo sereno, omogeneo, ci sono normali simpatie e antipatie, ma cerchiamo di farci tutti compagnia. Loro passano la giornata cucinando, coinvolgendosi reciprocamente e lasciandosi coinvolgere. Si sono affidate molto a noi, ci vengono a cercare, e in questa situazione di difficoltà lo considero un’importante conquista».

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