Mariam, fuggita alle violenze dell’ex compagno: «Non bisogna avere paura di chiedere aiuto»

In occasione della festa della donna, una madre racconta di come ha trovato aiuto in una comunità parte della rete de “Il Sentiero”

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Articolo apparso sul Giornale di Lecco del 9 marzo 2020 e sul Giornale di Merate del 10 marzo 2020

C’è un prima e un dopo nella vita di Mariam (nome ovviamente di fantasia). Sorride, oggi, quando pensa alla Fiat Punto vecchia di vent’anni che è riuscita a comprarsi, finalmente, con lo stipendio che le passa il bar della Brianza lecchese dove lavora da qualche mese, a segnare una quotidianità che si è incamminata progressivamente verso la pace e la normalità. Ma crolla in un pianto silenzioso ogni volta che nel suo racconto affiorano le violenze cui il compagno l’ha sottoposta, «prima psicologiche, poi anche fisiche», sempre qui, in Italia, Paese dove è arrivata quasi 7 anni fa per congiungersi con quello che sarebbe poi diventato il padre di suo figlio, ma pure la mano che le avrebbe più volte fatto del male. In mezzo, c’è il coraggio di chiedere aiuto e denunciare, e la sponda decisiva che le ha offerto una comunità, “La Bussola” di Merate (parte della rete de “Il Sentiero”), dove assieme al piccolo è stata ospite 33 mesi. «Dio mi ama», dice oggi con un italiano semplice ma essenziale, quello di chi ha patito tanto nella vita ma pure ha saputo rimettersi in piedi, un passo alla volta.

«Non bisogna avere paura di chiedere aiuto. Per me è bastato farlo una volta e la mia vita è cambiata», spiega Mariam, volando con la memoria al 2016. Il rapporto col compagno era sempre più difficile ma lei, straniera, da lui dipendeva, per documenti, soldi e lingua. «Dopo la nascita di nostro figlio le cose si sono fatte sempre più difficili: voleva che me ne andassi, lasciando a lui il bambino». Così, alle violenze psicologiche si sono aggiunte quelle fisiche: «Mi metteva le mani al collo, talvolta mi sbatteva la faccia contro la cucina. Ad un certo punto mi costrinse a dormire su un letto senza materasso, solo con le doghe. Io sopportavo, nella speranza che le cose si risolvessero e credendo che stare assieme fosse il bene di nostro figlio». 

Ma le settimane passavano e le violenze continuavano. Decisivo fu il rapporto con un’amica della sua stessa nazionalità, che viveva a Bari: «Un giorno le parlai al telefono e le raccontai, nella nostra lingua, quello che mi succedeva. Lei trovò un’associazione cui rivolgermi, all’Ospedale Mangiagalli di Milano». Il primo incontro, però, fu complesso, proprio a causa della diversità di idiomi: «Non parlavo italiano bene. Così tornai a casa, scrissi alla mia amica tutte le violenze che avevo patito a casa e lei me lo tradusse in italiano. Tornai da quell’associazione con la lettera in mano, e finalmente capirono». 

Da lì partì un percorso: la denuncia, gli assistenti sociali, l’arrivo alla “Bussola” assieme al figlio. «Mi sentivo in colpa per lui, ma si è rivelato essere la mia forza in questi anni. Qui è cresciuto, pure per lui questa è una casa». Il piccolo ha iniziato ad andare all’asilo, mentre Mariam ha iniziato un corso d’italiano. Poi sono arrivati i primi lavori da donna delle pulizie, fino al tirocinio in un bar. «Lì finalmente mi sono sentita di nuovo poggiare sui miei piedi. Poi, a maggio 2019, è terminato il mio percorso in comunità e ho trovato una casa in affitto». Lampi di una normalità tanto attesa, quelli dove si ringrazia Dio per uno stipendio da poche centinaia di euro e per l’acquisto di una macchina usata. Ma alla speranza – e a Mariam – bastano. 

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