Nicole, da borderline a educatrice. «Così il mio dolore è servito a qualcosa»

30 anni e un percorso segnato da fatiche e strade sbagliate, fino ad una luce che diventa sempre più sicura. Oggi lavora ai Centro Artemisia Junior della rete del Sentiero

nicole bolla
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Da ragazza affetta da disturbo di personalità borderline a educatrice di un centro che accoglie proprio giovani col medesimo disagio. È la storia di Nicole Bolla, 30 anni, originaria di Crema e oggi al lavoro nel Centro Artemisia Junior (parte della rete del Sentiero, comunità partner di Young Inclusion) di Cavenago d’Adda. La sua vicenda racconta di una gioventù segnata da fatiche e strade sbagliate, ma pure da uno spiraglio di luce che ad un certo punto si apre, per diventare, col tempo una lanterna sempre più sicura. Nicole parla ormai con una buona dose di libertà della sua vita: «Ho cominciato a star male quando ero ragazzina, a 12 anni, e da lì ho iniziato un lungo percorso ad ostacoli, tra comunità terapeutiche e reparti di psichiatria. Sono serviti diversi anni prima di trovare una cura giusta».

Nicole racconta di un’adolescenza a due facce: «Ero iperefficiente a scuola e, negli anni successivi, in università. Ma soffrivo di anoressia, mi tagliavo. Questo secondo aspetto, però, era molto nascosto. Finché a 18 anni non ho chiesto aiuto, anzitutto a mia mamma. Ricordo di averle detto tutto quello che accadeva dentro di me da anni e l’ho vista sgretolarsi, piena di sensi di colpa. Ma io avevo bisogno di parlare, capivo che da sola non potevo farcela». Nicole non nasconde di aver tentato anche più di una volta il suicidio, né di essere finita in vari reparti di psichiatria e anche in una comunità terapeutica dove veniva curata con farmaci che però, come effetto collaterale, provocavano allucinazioni.

Diverso effetto, invece, ha avuto la terapia GET, i Gruppi Esperienziali Terapeutici in uso all’Ospedale San Raffaele di Milano (anch’esso partner di Young Inclusion): «Sono stati due anni di percorso di gruppo, certamente difficili. Quando fui dimessa andai in panico totale: dovevo inserirmi nel mondo lavorativo, tornare a casa e ricostruirmi una vita». In quel frangente fu sostenuta anche da un’associazione che aiutava le persone nella ricerca e nell’inserimento al lavoro: «Avevo già avuto alcune esperienze in passato come educatrice, ma ricordo bene che era proprio il lavoro che non volevo fare». Invece le fu proposto proprio un tirocinio in ambito educativo coi disabili.

Ad avvicinarla – stavolta come professionista – ai Centri Artemisia fu Raffaele Visintini, psichiatra e psicoterapeuta dell’Ospedale San Raffaele di Milano (dove Nicole era stata in cura), ideatore del metodo GET. «Fu lui a segnalarmi questa comunità, chiedendomi se volevo iniziare a lavorare qui. Per me fu un grande passo, dato che mi trovai ad avere come colleghi coloro che avevo come terapeuti». Non fu certamente facile, ma progressivamente Nicole trovò la sua casa. «Mi sono innamorata delle strutture di Clessidra e Sentiero, tanto da trovare nei due fondatori, il dottor Campagner e il  dottor Arrigone, dei mentori. Lavorano sul riscatto sociale della donna, sia patologico che dalle spirali del vittimismo. Lavoriamo con persone che hanno avuto un passato fatto di stigma sociale, ma anzitutto combattiamo contro queste etichette per uscirne».

Nicole collabora da qualche anno anche a “Emergenza Borderline”, un progetto nato assieme ad altre amiche incontrate durante il percorso al San Raffaele. «È partito 5 anni fa da un’idea di Federica Carbone: avevamo visto un video prodotto negli Stati Uniti su questo disturbo e su come uscirne. “Perché non se ne parla in Italia?”, ci siamo chieste. Pensavamo servisse qualcosa che rendesse la gente più consapevole del BDP e del fatto che se ne potesse uscire. Si può tornare ad essere persone normali anche se si ha avuto una malattia mentale». È nato così un sito web e una pagina Facebook: «Questo ci ha permesso di tenere incontri in tutta Italia, con scuole di psicologia o con gruppi di genitori e ragazzi, gente che ci seguiva on line e che ci invitava a parlare di tale disturbo e della nostra esperienza».

Per Nicole lo slogan di Young Inclusion (“Desideriamo tutto”) è anzitutto un dovere verso sé stessi: «È giusto che nessuno si tolga delle possibilità, anche se la vita gli mette davanti alcuni ostacoli. Bisogna sempre pensare di poter arrivare dove si vuole: se mi avessero detto anni fa che sarei diventata coordinatrice di una comunità, che avrei scritto libri (Nicole ha vinto il premio letterario “Ti amo, ti odio, 2015”; nda) mai ci avrei creduto. Prima ero ferma, ora corro». È una bellissima metafora, ma per Nicole è anche una realtà perché tra le sue passioni c’è anche quella di correre in pista con un’auto potentissima e sta per raggiungere il suo ennesimo traguardo: prendere la licenza di copilota. «Oggi desidero mantenere questa serenità che ho raggiunto e continuare ad arrivare agli altri, sperando che qualcun altro sentendo la mia storia possa capire. Così quel dolore che ho vissuto sarà servito a qualcosa».

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